23 settembre 2022

Top Gun: Maverick - Joseph Kosinski (2022)

 
   Moto e caccia supersonici: quale miglior connubio? E sembra funzionare ancora bene nel 2022, a distanza di ben trentasei anni dal primo, mitico, Top Gun. La scena iniziale ci riporta direttamente al 1986. Ci troviamo infatti sul ponte di manovra di una portaerei, dove vediamo i marshaller che si sbracciano per dare le segnalazioni ai piloti che stanno per decollare, e anche la colonna sonora che udiamo è la stessa del film originale. Il regista vuole mettere subito in chiaro qual’è l’intento della sua opera cinematografica: una celebrazione del primo Top Gun.

    Ma Top Gun: Maverick è anche (e soprattutto) la celebrazione della divinità Tom Cruise, dell’uomo e dell’attore sessantenne che non ne vuole sapere di invecchiare e di rinunciare a girare di persona le scene più pericolose e più dure. D’altronde il fisico che vediamo nelle scene del film non sembra certo quello di un sessantenne, e il nostro eroe Tom, così come la sua controparte, il colonnello Pete Mitchell, non ci pensa nemmeno lontanamente ad andare in pensione, anzi. Vuole continuare a superare i suoi limiti, a superare sé stesso, nella vita reale tanto quanto nella finzione, come nella sequenza in cui spinge il prototipo di aereo supersonico fino a dieci volte la velocità del suono, mettendo a rischio la sua carriera e la sua stessa vita.

    Come l’attore stesso ha dichiarato, per prepararsi al sequel di Top Gun si è sottoposto ad un estenuante allenamento aeronautico di tre mesi. Le scene girate sugli aerei sono tutte reali, gli attori hanno volato davvero sugli F-18 e hanno sperimentato di persona le accelerazioni di gravità, sopportando una pressione fino ad otto G, ovvero otto volte il peso del proprio corpo. Ma il realismo del film, oltre al fatto che Top Gun è davvero una scuola di combattimento per piloti della marina militare degli Stati Uniti, si ferma qui. Alcune scene che vediamo nel film sono al limite del ridicolo, come quando Maverick si fionda a velocità supersonica in mezzo a due aerei dei suoi compagni, sfiorandoli di poche decine di centimetri (mi viene in mente la parodia del film Hot Shots!).

    Poco importa, il realismo non è lo scopo di questo film, e Joseph Kosinski ha deciso di lasciarlo a casa. Si potrebbe quasi parlare di un Mission Impossible a bordo di caccia militari. In effetti la missione che il colonnello Mitchell e il suo manipolo di piloti scelti deve portare a termine è alquanto impossibile, oltre che improbabile. Giusto per citare un paio di scene molto poco realistiche: la corsa da guiness dei primati di Maverick che percorre come se nulla fosse decine di metri sulla neve fresca, con tanto di tuta da pilota addosso, per raggiungere il suo compagno precipitato, e il furto degli F-14 nella base aerea nemica, con successivo decollo dalla pista praticamente distrutta e in fiamme.

    Un’altra delle pecche è la pressoché totale inconsistenza degli antagonisti: la minaccia arriva da un nemico fantasma. Non viene mai detto in quale nazione o continente si trovi esattamente l’obiettivo da distruggere, il nemico non ha nome, non ha volto, non ha bandiera. Ma evidentemente anche questo è poco importante, poiché il tutto è girato e confezionato in maniera maledettamente bella, tanto da far dimenticare tutti i difetti della sceneggiatura. Non ci si annoia mai, neanche durante le scene dove non c’è azione. Top Gun: Maverick è un giocattolone made in USA che funziona bene, ed è stato creato ad hoc per divertire e per intrattenere il pubblico. Non a caso l’intera pellicola è stata girata in IMAX, una tecnologia che permette di proiettare il film su uno schermo molto più grande rispetto a quello dei normali cinema, immergendo di fatto lo spettatore nella scena.

    La trama del film è abbastanza scontata, il nostro Maverick è costretto, suo malgrado, a scontrarsi con i fantasmi del passato. Di fatto sono proprio questi i veri nemici da sconfiggere. Tra i piloti che dovrà addestrare alla missione, infatti, figura un certo Bradley Bradshaw, soprannominato Rooster, figlio del suo compianto collega e amico Goose. C’è anche un cameo del suo ex compagno/antagonista Iceman, interpretato sempre da Val Kilmer. L’attore, per ovvie ragioni di salute, non avrebbe potuto sostenere una più lunga presenza all’interno del film. Sono diverse le scene nostalgiche che riportano al primo Top Gun, dalla corsa in moto di Maverick che insegue un jet che sta decollando, alla partita sulla spiaggia tra i piloti. Un omaggio quasi dovuto del regista. Non manca nemmeno la parte sentimentale, con l’incontro di una vecchia fiamma di nome Penny, interpretata dalla splendida Jennifer Connelly.

    Nonostante tutto, dunque, un film che vale la pena vedere, meglio se al cinema così da godersi appieno le scene d’azione sul mega schermo IMAX.

7 giugno 2022

Unlimited Love - Red Hot Chili Peppers (2022)

 
     Sarebbero bastate anche solo la metà delle canzoni presenti nell'ultimo lavoro dei Red Hot Chilli Peppers per farne comunque un buon disco e un gran bel ritorno sulla scena musicale. Diciassette tracce sono davvero tantissime, e alcune di queste sembrano essere state buttate lì per riempire (inutilmente) lo spazio del disco.

    Black Summer apre le danze. E' incredibile come, a distanza di più di cinquant'anni, l'influenza di un genio quale è stato Jimi Hendrix sia ancora presente nella testa e nelle mani di tantissimi chitarristi odierni che a lui ancora si ispirano. Uno di questi è sicuramente John Frusciante, e in questo brano l'influenza Hendrixiana si sente tutta. Bellissima la ritmica, i fraseggi e l'assolo che il chitarrista tira fuori dalla sua fedele Stratocaster. Per me il pezzo migliore e più riuscito di tutto l'album.

    Here Ever After ha un bel groove, grazie al basso pulsante di Flea e all'accompagnamento di Chad Smith alla batteria. Buono anche l'assolo finale di Frusciante. Brano che si fa ascoltare con piacere.

    Acquatic Mouthdance è un pezzone funk che si apre con un giro di basso di Flea, che qui utilizza la sua caratteristica tecnica percussiva dello slap, basso che rimane costantemente presente e suona quasi sempre lo stesso giro per tutta la canzone. La chitarra di Frusciante suona poche note ma giuste e in modo perfetto, seguendo il ritmo funky. La batteria di Chad è incalzante, perfetta allo scopo. La voce di Anthony si fonde perfettamente con il tutto, come sempre. Alla fine compaiono anche i fiati (tromba e sax), e il brano si trasforma in una jam session Jazz. Fantastica.

    Not The One fa rallentare il ritmo del disco, volendo essere una specie di ballad. Si sente una sorta di sintetizzatore che accompagna la voce di Anthony per tutta la durata del brano (credo si tratti di un effetto per chitarra suonata da Frusciante con uno bottleneck), e sullo sfondo anche il piano. Niente di eccezionale, ma tutto sommato ascoltabile.

    Poster Child ci riporta al ritmo funky caratteristico della band dei peperoncini rossi piccanti. Frusciante qui usa l'effetto wah wah sulla sua chitarra, mentre Flea e Chad creano il solito bel groove con basso e batteria, ritmo sopra al quale Anthony può incantare gli ascoltatori con il suo tipico canto a tratti rappato, a tratti rallentato.

    The Great Apes contiene qualche bella sfuriata chitarristica di Frusciante, ma niente di più. Ad ogni modo, c'è da dire che lo stile dei RHCP è sempre inconfondibile, anche in brani come questo.

    It's Only Natural è un pezzo tranquillo e senza pretese. Frusciante qui usa un effetto di delay insieme al riverbero per dare più "dimensione" e spessore al suono.

    She's A Lover è uno di quei pezzi "riempitivi" di cui parlavo all'inizio, almeno secondo il mio modesto parere, salvato solo nel finale da un assolo di Frusciante.

    These Are The Ways parte rilassata, per poi prendere vita con il ritmo incalzante della batteria di Chad e i riff distorti della chitarra di Frusciante. Il basso di Flea e la voce di Anthony fanno il resto. Il finale è hard rock, bello tosto. Buon pezzo.

    Whatchu Thinkin' ha un che di "elettronico", ma a parte questo, null'altro di particolare da segnalare. Frusciante ci infila uno dei suoi assoli nel finale.

    Bastards Of Light si apre con un sintetizzatore, in puro stile rock anni '80. Anche questo, dunque, come il brano precedente, presenta influenze di rock elettronico. Verso la fine della canzone, Frusciante irrompe con un pesante riff di chitarra hard rock, mentre la voce di Anthony cambia tono, probabilmente grazie all'utilizzo di un megafono o effetto simile.

    White Braids & Pillow Chair è un melenso brano di pop rock. Qualche buon effetto chitarristico di Frusciante non serve a salvarlo dall'essere soltanto un'altra traccia riempi-spazio.

    One Way Traffic è un discreto pezzo funk, ma niente di più. Anche qui, nel mezzo del brano, Frusciante irrompe con una delle sue sperimentazioni sonore.

    Veronica si apre con un mellotron: avete presente l'intro di No Quarter dei Led Zeppelin? Si tratta dello stesso strumento. A parte ciò, nient'altro da aggiungere su questo brano abbastanza piatto e ripetitivo.

    Let 'Em Cry è una canzoncina da cocktail sulla spiaggia al tramonto. Salvata soltanto, per l'ennesima volta, da un bell'assolo di Frusciante.

    The Heavy Wing contiene qualche buon riff distorto di Frusciante. Per il resto, un po' troppo ripetitivo e tedioso.

    Tangelo suona come una sorta di ninna nanna, come per salutare il pubblico e ringraziarlo per essere arrivato sino alla fine dell'ascolto di questo lungo (lunghissimo) disco. Frusciante usa una chitarra acustica per l'occasione, creando un'armonia dolce e al tempo stesso malinconica.

    E' indubbio che il ritorno di John Frusciante, a distanza di ben sedici anni dall'ultimo album in cui ha suonato con i RHCP, abbia dato una bella scossa alla band ed abbia riportato qualità alla loro musica. Prova ne è quest'ultimo lavoro, nato, a detta degli stessi componenti della band, da lunghe jam session in cui i quattro musicisti hanno dato sfogo alla loro vena artistica. Nonostante alcuni brani che, secondo me, dovevano essere scartati, e nonostante la conseguente eccessiva durata dell'album (eccesso dato non tanto dal minutaggio, quanto dalla noiosità delle suddette canzoni), rimane comunque un buon disco. Di certo migliore degli ultimi sfornati dalla band californiana e, a mio parere, il migliore pubblicato dopo Californication del 1999.

    Signore e signori John Frusciante è tornato, i Red Hot Chili Peppers sono tornati!

19 novembre 2020

Power Up - AC/DC (2020)

"Rock and roll can never die"

Neil Young


Gli AC/DC non sono una band, sono un'istituzione del rock. Questi cinque giovanotti continuano a sfornare album come se nulla fosse, e in mezzo al piattume della musica odierna sono una scossa elettrica ad alta tensione. Se ne sbattono dei canoni del mainstream musicale moderno e continuano a suonare il loro semplice (si fa per dire) e dannatamente coinvolgente rock'n'roll. Le loro canzoni sono bordate di puro rock, mazzate che arrivano direttamente tra capo e collo. Sembrano voler dire: "Signori, questo è rock, se non vi piace, beh, potete ascoltare altro!".


Realize è la traccia di apertura, si parte subito bene con questo pezzo dal rock energico, e la seconda, Rejection, segue più o meno lo stesso filo della prima. Shot In The Dark è il primo singolo estratto dall'album, non a caso è quello dove forse meglio si può riconoscere il tipico ed inimitabile stile della band. Through The Mist Of Time presenta un ritmo più lento e rilassato delle prime, ma è comunque un pezzo riuscito e assolutamente godibile. Il titolo ed il testo invocano addirittura un'atmosfera mistica, misteriosa. Kick You When You're Down è qualcosa che si distacca un po' dalle altre tracce, con una melodia e un ritmo particolari, cori nel ritornello, ma senza mai uscire dallo stile caratteristico della band. Witch's Spell è un altro brano "fantastico", che narra di streghe ed incantesimi. In Demon Fire la voce bassa e indemoniata di Brian nell'intro ci porta direttamente tra le fiamme dell'infermo, nel fuoco del demonio, per l'appunto, con un ritmo agitato e riff e assoli veloci. Uno dei brani, anzi, il brano più riuscito dell'album. Inizia con un basso pulsante Wild Reputation, per poi proseguire con riff orecchiabili che tutti i fan (e non) già ameranno. No Man's Land, Systems Down e Money Shot, altri tre pezzi riusciti e subito orecchiabili. Code Red è la dodicesima ed ultima traccia, ma non siamo stanchi, anzi, vorremmo subito ricominciare ad ascoltare l'album dall'inizio (almeno per ciò che riguarda il sottoscritto).


Gli AC/DC hanno la straordinaria capacità di creare riff memorabili e assolutamente originali in ogni canzone che compongono, e quest'ultimo album non fa eccezione. Brian Johnson canta con la stessa verve di sempre, Angus Young non si lascia sfuggire nemmeno un assolo, Phil Rudd non perde un colpo alla batteria, e Cliff Williams e Stevie Young, rispettivamente basso e chitarra ritmica, non sono da meno. Nonostante l'assenza del compianto Malcolm Young alla chitarra ritmica, il sound della band resta invariato, probabilmente perché nelle vene del sostituto Stevie, nipote di Malcolm, scorre sempre sangue ed elettricità di Young. Lo stile AC/DC è inconfondibile, ed è sempre uguale nonostante il trascorrere degli anni. E non è una critica, al contrario. E' una certezza. Perché il rock, come loro, non ha tempo, non invecchia, non muore. Mai.

2 novembre 2020

Her - Spike Jonze (2013)

 

"Do androids dream of electric sheep? (Gli androidi sognano pecore elettroniche?)"

Romanzo di fantascienza di Philip K. Dick, a cui è ispirato Blade Runner


    Si potrebbe aprire con la domanda posta nel titolo del romanzo di Philip K. Dick la discussione dopo la visione di Lei (Her in versione originale), chiedendosi se una macchina possa mai arrivare a sognare, ergo, a pensare. Samantha è un sistema operativo (ovvero un programma per computer) dotato di una intelligenza artificiale ultra avanzata, capace di leggere un libro in due centesimi di secondo e di darsi un nome da sola, di comporre musica, di interagire con altri OS (acronimo del termine inglese Operating System), di prendere decisioni autonomamente, e persino di provare emozioni umane, o quantomeno di simularle. In un epoca in cui si è virtualmente connessi con il mondo intero e fisicamente "disconnessi" dagli altri esseri umani, si ricerca la felicità e il piacere, incluso quello sessuale, parlando con un software tramite un piccolo microfono-auricolare inserito nell'orecchio, connesso al proprio computer o telefono cellulare. Tramite comandi vocali impartiti a questo piccolo apparecchio, esso è in grado di leggere le tue email, le tue notizie preferite e di metterti in contatto con altre persone in hot chat. In questo futuro prossimo, non molto lontano dalla nostra realtà, le "relazioni" tra esseri umani e OS sono sempre più frequenti.


    Theodore è un uomo solitario che lavora in un'azienda che si occupa di scrivere lettere d'amore per conto di altre persone, a quanto pare incapaci di farlo da sole. Un giorno Theodore decide di installare l'OS Samantha sul proprio computer e sul proprio smartphone. Tra i due si instaura in breve tempo un rapporto d'amicizia, che poi sfocia in un sentimento d'amore. Theodore sembra preferire un più semplice rapporto con un sistema di intelligenza artificiale privo di un corpo piuttosto che continuare una complicata relazione con l'ex moglie Catherine, dalla quale sta per divorziare, o instaurare una relazione con qualsiasi altra donna. Quando un giorno Theodore si accorge che Samantha intrattiene relazioni contemporaneamente con altre migliaia di persone, si rende conto che Lei non potrà mai essere soltanto sua, e che quindi la loro relazione non potrà mai funzionare, come non potrà mai funzionare una relazione tra essere umano e macchina. Samantha e gli altri OS, tra l'altro, hanno deciso di vivere le lore "esistenze" allontanandosi per sempre dagli umani. I due decidono quindi che la loro storia non può continuare. A questo punto avviene l'affrancamento definitivo di Theodore dai sistemi d'intelligenza artificiale, per ritornare ai rapporti con gli esseri umani, ed in particolare ad una possibile relazione con la sua amica di sempre Amy, a sua volta mollata dal suo OS. In conclusione, gli esseri umani tornano ad avere relazioni solo con esseri umani. Come a dire che per tornare ad essere davvero felici, ad avere rapporti fisici e non virtuali con altre persone, dovremmo allontanarci da tutta la tecnologia che ci circonda oggi, vedi smartphone, computer, social network, ecc. Poiché solo con i nostri simili possiamo essere davvero felici, solo con essi possiamo instaurare rapporti davvero reali.


    Il film tocca un argomento estremamente attuale al giorno d'oggi, ed in particolare in questo momento della storia in cui il mondo è stato sconvolto dalla pandemia globale del Covid-19. Si sente infatti parlare sempre più spesso di "distanziamento sociale", un'espressione che fa rabbrividire, tanto quanto "alienazione". Viviamo già da un pò di tempo nell'era dei social network, che di sociale hanno ben poco, poiché sono proprio questi a determinare quella distanza tra gli individui che ne fanno uso. E oggigiorno se non hai almeno un profilo su un social network è come se non esistessi. Da circa dieci anni a questa parte, gli smartphone hanno iniziato a prendere il sopravvento, entrando sempre di più nelle nostre vite, fino a diventare, oggi, un appendice del nostro corpo. Siamo diventati sempre più interconnessi eppure sempre più fisicamente disconnessi gli uni dagli altri. Si, è vero, la tecnologia ci ha reso la vita più facile, ha migliorato molte cose, ma, come tutte le forme di progresso, ha portato anche i suoi effetti collaterali. In quest'ottica, secondo me, tutto il senso del film è racchiuso nei pochi minuti della scena in cui Samantha, a causa di un auto-aggiornamento di sistema che ha deciso di effettuare, è temporaneamente fuori uso. E allora inizia una corsa disperata del protagonista fuori dall'edificio in cui lavora, alla ricerca di maggior segnale di rete o di chissà cos'altro. Una specie di attacco di panico da malfunzionamento software, una breve ma intensa crisi d'astinenza da tecnologia. Questa scena mette in mostra come siamo talmente abituati a "dialogare" tutto il giorno e tutti i giorni con il nostro smartphone che se c'è un malfunzionamento anche solo di pochi minuti andiamo nel panico. La nostra è una vera e propria relazione con il nostro telefono. Potremmo definirci dei tossicodipendenti da tecnologia.


    Per chi scrive, infine, e per riallacciarsi al quesito iniziale, mai e poi mai una macchina o un software, per quanto tecnologicamente avanzati possano essere, potrà mai sostituire una persona, potrà mai avere emozioni reali, potrà mai provare sentimenti, potrà mai pensare e, in definitiva, potrà mai farci innamorare, nonostante la voce sensuale dell'OS in questione è, nella versione originale del film, quella di Scarlett Johansson. Dovremmo quindi, come fa Theodore nel finale, iniziare a distaccarci dal nostro smartphone e da tutta la tecnologia che ci circonda, per riavvicinarci ai nostri simili, ai nostri fidanzati e alle nostre fidanzate, ai nostri mariti e alle nostre mogli, ai nostri amici, ai nostri genitori, ai nostri figli, per riscoprire la bellezza del contatto fisico, del calore umano. Qualcosa che nessun freddo ammasso di circuiti elettronici potrà mai donarci.

13 ottobre 2020

1917 - Sam Mendes (2019)


    Un unico piano sequenza per tutta la durata del film. Solo questo potrebbe bastare a spingere lo spettatore ad andare al cinema. In realtà, diciamolo subito, trattasi di più piani sequenza fusi insieme grazie al digitale e a trucchi registici ben congegnati. Ma fa poca o nessuna differenza per lo spettatore, il risultato è altrettanto sbalorditivo.

    6 aprile 1917, nord della Francia, prima guerra mondiale. I soldati britannici Schofield e Blake vengono scelti per una missione tanto di vitale importanza quanto apparentemente impossibile: consegnare un ordine diretto del generale Erinmore al colonnello Mackenzie, situato a diverse miglia di distanza oltre la linea dei tedeschi. L'ordine è quello di annullare l'attacco programmato per l'indomani che prevede il coinvolgimento di 1600 uomini dell'esercito britannico. Il motivo è che gli inglesi, lanciando l'attacco, cadrebbero in una trappola architettata dai tedeschi per compiere un massacro. I nostri due eroi, dunque, non dovranno soltanto attraversare a piedi la linea nemica rischiando la morte ad ogni passo, ma dovranno affrontare una battaglia contro il tempo per arrivare nel punto dove è stanziato il battaglione e fermare il massacro prima che sia troppo tardi. Schofield e Blake sono buoni amici e a complicare le cose c'è il fatto che nel battaglione è presente anche il fratello maggiore di Blake.

    Durante l'intera visione del film non c'è tempo né modo di annoiarsi, l'azione è costante, non ci sono tempi morti, lo spettatore è sempre desto nel chiedersi "cosa succede ora?". La storia è incentrata esclusivamente, o quasi, sui protagonisti, seguiti dall'inizio alla fine della pellicola, in tempo pseudo-reale. 1917 è un esperimento cinematografico, un esperimento mai tentato prima, e quindi, solo per questo motivo, un film assolutamente originale. L'esperimento è quello di girare un film, come detto sopra, utilizzando un solo piano sequenza. O quasi. L'unico stacco avviene quando Schofield perde i sensi a seguito dello scontro con un soldato tedesco, e allora cala il buio. Quando si risveglia, è notte, e la storia riprende da lì. Un bel pretesto del regista per passare dal giorno alla notte, e per far scorrere quindi il tempo in modo veloce. La sceneggiatura, tuttavia, non è proprio originale. Tra tutti i film di guerra, l'accostamento più naturale è quello con Salvate il soldato Ryan di Spielberg, che presenta una storia simile, con la differenza che qui i soldati da salvare sono ben 1600.

    La camera segue, o meglio insegue, i protagonisti dall'inizio alla fine, da davanti, da dietro, da sopra, da di lato. Si alza in volo e si abbassa al livello del terreno, corre nei claustrofobici corridoi delle trincee e vaga negli immensi spazi delle aree aperte, ma sempre dal punto di vista dei protagonisti. Così facendo, con questa visuale in terza persona simile a quella di un videogame, fa immergere lo spettatore nella scenografia. Senza svelare ulteriori dettagli, merita una menzione la scena della corsa di Schofield per raggiungere la postazione del colonnello Mackenzie, in mezzo alle bombe tedesche che esplodono sul terreno e ai soldati del battaglione inglese che iniziano l'attacco. Epica. Il resto, come si suol dire, è storia.

9 ottobre 2020

Bohemian Rhapsody - Bryan Singer (2018)


    
13 luglio 1985, Wembley Stadium, Londra. Sono all'incirca le sei e mezzo di sera, i Queen si preparano a salire sul palco per la loro esibizione di 20 minuti davanti ad un pubblico di circa 72.000 persone. La cinepresa segue da dietro Freddie Mercury mentre percorre gli ultimi metri che lo conducono al palco del Wembley Stadium. Sembra un atleta che sta riscaldandosi, per prepararsi alla sua performance, forse la più importante della sua carriera, della sua vita. Quando si apre la tenda che lo separa dal palco, possiamo vedere il pianoforte a coda e sullo sfondo la folla oceanica che lo accoglie. Dopo di che c
'è il buio, e il salto temporale all'indietro che ci porta all'aeroporto di Heathrow, dove il giovane Farrokh Bulsara lavora. Sta scaricando le valigie da un aereo. E' il 1970. Da lì parte la storia che ci mostra l'incontro del giovane aspirante cantante con i futuri componenti della band, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, nonché con l’amore della sua vita, ovvero quello che ispirerà la canzone Love Of My Life: Mary Austin. E poi i successi della band e gli insuccessi personali del protagonista, riguardanti la sua vita privata, dalla drammatica scoperta della bisessualità, passando per la fine della sua relazione con Mary, fino all'ancora più drammatica scoperta dell'AIDS. Da questo triste ritratto emerge una persona sostanzialmente sola, un pò per sua scelta e un pò per la scelta sbagliata delle sue compagnie. Arriviamo, finalmente, alla parte finale del film, che si ricongiunge con l'inizio. Durante l'attesa dei quattro nella roulotte dietro il palco, poco prima della loro esibizione, ad aumentare il realismo si possono sentire le note di Sultans Of Swing dei Dire Straits, esibitisi proprio come nella realtà prima dei Queen. Poi, il vertiginoso piano sequenza ci porta da sopra lo stadio di Wembley, in mezzo alle nuvole, direttamente sul palco, dove ha inizio l'esibizione dei Queen che rimarrà per sempre nella storia. Il Live Aid è stato il più grande evento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi. Si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi abbiano assistito alla trasmissione in diretta.

    Nel film è stato scelto di riprodurre il concerto del Live Aid con una scaletta ridotta. Vengono infatti eseguite solo quattro delle sei canzoni, ovvero: Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer To Fall e We Are The Champions. Mancano quindi Crazy Little Thing Called Love e We Will Rock You. Scelta registica condivisibile in parte, dettata sicuramente da ragioni di maggior spettacolo nel montaggio e di minutaggio più ridotto della pellicola, ma di certo non a favore dei fan più sfegatati. A dirla tutta, si sarebbe potuto scegliere di tagliare alcune scene o di non girarle affatto, a favore dell
'intera riproduzione del concerto del 1985. Sarebbe stata una scelta che avrebbe aumentato ancora di più il realismo, oltre che la felicità dei fan. In ogni caso, c'è poco da dire sulla fedele riproduzione del concerto di Wembley, davvero maniacale nei dettagli e nelle movenze di Freddie sul palco. Si percepisce la verve, la tensione dei membri della band che suonano davanti ad un tale gigantesco pubblico. Ci si sente immersi, presenti sul palco insieme a Freddie, Brian e gli altri. Le immagini in alta definizione rendono addirittura meglio di quelle originali, ed anche sul sonoro, che è quello originale del concerto, è stato fatto un buon lavoro di pulitura e di raffinamento.

    C
'è da dire, in conclusione e a mio modesto parere, che gli ultimi 15 minuti del film, assieme alla colonna sonora e alla voce di Freddie originali, da soli bastano a giustificare il costo del biglietto per andare al cinema a vedere il film. Film che, tolti i due suddetti elementi, si attesta tutto sommato sulla sufficienza, senza andare oltre. La "caricatura" di Freddie è, a tratti, anche troppo accentuata, finendo per divenire quasi parodistica. Bella e anche divertente la parte che mostra l'incisione dell'album A Night At The Opera, soffermandosi in particolare sul brano Bohemian Rhapsody, che da il titolo al lungometraggio. Brano che, insieme al suo geniale autore Freddie Mercury, rimarrà per sempre nella storia della musica, e non solo, come soltanto una leggenda immortale può fare.

30 settembre 2020

Tunnel Of Love - Dire Straits (album Making Movies, 1980)


    Ricordo ancora bene quando tiravo fuori il 33 giri dalla grossa custodia rossa di Making Movies e lo mettevo sul giradischi di mio padre. Ricordo l'odore del vinile, l'odore della carta del libretto all'interno con i testi delle canzoni e le foto della band. Ricordo il fruscio della puntina che strusciava sui solchi del disco. Ascoltavo e riascoltavo quel disco, leggevo i testi e imparavo la pronuncia inglese. Erano i primi anni '90, io ero un adolescente o giù di lì. Ma il disco viene dal 1980.

    La prima traccia dell'album è Tunnel Of Love. Il brano si apre con una melodia leggera, un organo, accompagnato dal pianoforte. Sembra il suono di un carillon, ed è subito magia. Trattasi del The Carousel Waltz, tratto dal musical Carousel, diventato poi film nel 1956. Il carosello, ovvero la giostra dei cavalli. Un luna park dunque. Quale luogo più allegro e malinconico allo stesso tempo per ambientare una canzone? Malinconico perché ci ricorda i tempi e i luoghi dell'infanzia, tempi e luoghi sereni e spensierati, di gioco e di magia. Dopo la breve introduzione, il pianoforte prende il sopravvento, finché all'improvviso irrompe la batteria con un colpo di tamburo e di piatti. Infine arrivano chitarra e basso, e il brano prende vita, come prende vita una giostra che inizia a girare, con i suoi suoni e le sue luci sfavillanti. La voce di Knopfler ci introduce al luogo in cui è ambientata la storia, citando varie attrazioni tipiche dei luna park. "E la grande ruota continua a girare", dice nel ritornello la canzone. La ruota panoramica a cui si riferisce il testo può essere vista come il mondo, il mondo che va avanti comunque, a dispetto di tutto ciò di bello e di brutto che vi succede. Continua a girare senza sosta, come la giostra di un luna park.

    Il titolo della canzone, tradotto, è Tunnel Dell’Amore, altra metafora usata da Mark per descrivere una condizione umana, in questo caso una condizione di sofferenza. L'amore, a volte, è un tunnel senza via d'uscita. Lo sanno bene i protagonisti della storia, un uomo e una donna che si incontrano, per caso, una sera in un luna park. Due vittime della notte, come le descrive il testo. Due vittime rimaste intrappolate nelle loro precedenti relazioni, intrappolate nel tunnel dell'amore, con la paura di instaurare un nuovo legame. Per tale motivo, benché trascorrano una delle più belle serate della loro esistenza in compagnia l'uno dell'altra, alla fine si separano, per non rivedersi mai più.

    L'opera di Mark Knopfler è un piccolo poema in musica, un mini capolavoro di scrittura del testo e di composizione musicale. La canzone termina con una parte strumentale in crescendo, contenente l'assolo finale, lunga più di due minuti. L'assolo di chitarra, accompagnato dal pianoforte, in una perfetta fusione melodica, è uno dei più espressivi della storia del rock, e della musica in generale. Bisogna essere davvero ispirati per scrivere canzoni come questa. D'altronde, come lo stesso Mark ha dichiarato: "Molte delle mie composizioni sono nate nei luoghi che frequento abitualmente. L'ispirazione non è qualcosa che puoi avere se stai chiuso in casa oppure vai in giro con sei guardie del corpo, quello non è vivere."

    Nella parte finale della storia, il protagonista vaga tra le giostre alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, forse del suo amore perduto. Vaga tra i fantasmi del suo passato, ben sapendo che non troverà più ciò che cerca, che il passato è andato ormai. Ma il ricordo di quando era bambino e frequentava con i suoi amici quei luoghi di svago, lo rende in qualche modo felice, facendogli realizzare che in fin dei conti tutto è rimasto bello così come lo era prima, come lo è sempre stato. E intanto la grande ruota continua a girare.

1 novembre 2019

Orange City - J.R. Olmes (romanzo, 2019)


La città degli arancioni


    Anno 2570. La sovrappopolazione mondiale ha raggiunto il suo apice. Le riserve di cibo del pianeta sono tenute sotto controllo e l'acqua è un bene prezioso di cui non si può sprecare nemmeno una goccia. Con un bracciale multifunzione al polso gli abitanti della città del futuro sono in grado di svolgere una grande quantità di operazioni, quasi fosse una indispensabile estensione del proprio corpo. Indossano delle guaine che mutano colore a seconda della preferenza e vivono in abitazioni mobili le cui pareti possono essere rese trasparenti oppure oscurate a seconda dell'esigenza. L'airball, una sorta di calcio del futuro, è lo sport più praticato ed amato del pianeta. Gli androidi, robot con sembianze del tutto simili agli umani, sono ormai una realtà e sono, quasi sempre, al servizio degli uomini.

    La popolazione del Nord, che risiede ad Orange City, la città degli arancioni, così sono chiamati i suoi abitanti, sta per compiere il "balzo" verso un pianeta gemello chiamato Kepler, per colonizzarlo al fine di trasferire la vita dalla Terra, ormai prossima a terminare le risorse per sfamare gli undici miliardi di persone che l'affollano, al nuovo pianeta. Gli abitanti del Sud cercano in tutti i modi e con ogni mezzo di impedirlo. Riuscirà il comandante Abramovich, aiutato da una squadra prescelta di collaboratori, a portare a termine la missione?

    Una storia sicuramente originale per le idee che propone, che ci narra di un futuro quanto mai plausibile. Quello della sovrappopolazione mondiale, infatti, è un problema già attuale. Ad oggi la popolazione della Terra è stimata in circa 7,7 miliardi di persone e si prevede che questa cifra arrivi a 11 miliardi entro il 2100, quindi ben prima di quanto previsto nel libro. Tutto ciò ci porta a riflettere sulla limitatezza delle risorse presenti sul nostro pianeta e su come cercare di risparmiare e usare con saggezza tali risorse. Oltre che un buon thriller fantascientifico, dunque, un romanzo che ci fa riflettere.

4 ottobre 2019

Joker - Todd Phillips (2019)

 
"Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni."
William Shakespeare, La Dodicesima Notte (o, se preferite, V Per Vendetta)

    La vita a volte è tragedia e a volte commedia, l'importante è entrare in scena sempre con stile e con la maschera più adatta. La risata isterica di Arthur Fleck, che lo accompagna per tutta la durata del film, è la risposta ad una vita che è stata spietata con lui. È sofferenza vera, è un ridere per non piangere. È come il sorriso forzato dipinto sulla maschera di un pagliaccio. La sua malattia mentale prende via via il sopravvento e realtà e allucinazione si confondono, non riuscendo più a distinguere l'una dall'altra. Ma cosa importa cos'è reale e cosa solo frutto della propria mente disturbata? L'importante è che la gente inizi a notarti, quando fino al giorno prima nemmeno si accorgeva che esistevi.

    Quello di Joker è un ritratto metropolitano decadente. È il ritratto di un uomo alienato dal mondo, in continua lotta con le proprie psicosi, ferito moralmente e fisicamente dalla crudeltà della gente. Ma è un ritratto autentico, senza filtri, se non quelli della bellissima fotografia. Joaquin Phoenix è un "mostro" di attore, il film ruota interamente intorno a lui, alla sua mimica facciale, alla sua gestualità. La sua interpretazione è più teatrale che cinematografica. Il trucco da clown per lui è solo un di più. L'attore infatti porta addosso il proprio trucco per tutta la durata della pellicola: la sua stessa pelle. La pelle che ricopre il suo corpo scheletrico, a tratti mostruoso, che ricopre il suo volto emaciato e sofferente, fatto di rughe e di una espressività straordinaria. La trasformazione finale (e definitiva) da Arthur a Joker è qualcosa di sublime. Un rifiuto della società, prodotto dalla società stessa, si trasforma nel capostipite di una rivoluzione contro la classe dei ricchi e dei privilegiati, e dunque contro la stessa società marcia che l'ha generato. Non ha più bisogno di medicine per controllare la sua malattia, può finalmente dare pieno sfogo alle sua vera personalità di psicopatico. Personalmente ci ho visto dei riferimenti a Pink, il protagonista del concept album The Wall dei Pink Floyd. Anche Arthur, come Pink, butta giù il muro che fino a quel momento lo ha isolato dal mondo, che ha tenuto intrappolata la sua reale identità. Ma nella sua follia c'è una sorta di giustizia, una giustizia spietata e senza appello, una rivalsa degli emarginati. La sua è una furiosa vendetta nei confronti di tutti quelli che gli hanno fatto del male, compresa la madre.

    Alla fine della visione si è portati a domandarsi chi siano realmente i "buoni" e chi i "cattivi". Chi è il vero eroe? Chi sono i veri malati, quelli rinchiusi nei manicomi o le persone cosiddette "normali" che stanno fuori? In fondo in fondo siamo tutti un po' Joker, impegnati ad affrontare ogni giorno le nostre piccole e grandi fobie ed ossessioni, in mezzo alle strade e alla gente della nostra Gotham. E allora mettiamo un bel sorriso sulla nostra faccia ed entriamo in scena.

1 ottobre 2019

La Sabbia Nella Mente - Antonio Migliorisi (romanzo, 2019)

 Un incubo da dimenticare

    E se all'improvviso la memoria di tutto ciò che abbiamo appreso sparisse e tornassimo ad uno stato primordiale, senza nemmeno ricordarci più cosa stavamo facendo un attimo prima? Un incubo che da solo basta ad ispirare la scrittura di un romanzo. L'incubo sarebbe ancora più terrificante se a perdere la memoria fossero le più eminenti personalità della scienza e non solo, con un'intera società che si ritroverebbe catapultata in un nuovo medioevo. Aggiungiamoci anche che un ristretto numero di persone non proprio ben intenzionate sia la causa di questa singolare sparizione, messa in atto allo scopo di trarne vantaggio per sé, e il quadro terroristico sarebbe completo.

    E' quanto accade in questo intricato romanzo, la cui trama si sbroglia man mano che la lettura procede fino a rivelarsi solo nel finale, con il proverbiale colpo di scena, e i cui personaggi sono tratteggiati con dovizia di particolari, possedendo così uno spessore che li rende reali. Un thriller con poca azione e molto ragionamento, un poliziesco classico ma al contempo originale, da leggere e da gustarsi con la medesima calma che lo contraddistingue. Lo stile narrativo risulta elegante e ricco di termini scientifici, usati per descrivere in maniera dettagliata il vero criminale che è causa della perdita della memoria, e che si annida nel cervello delle vittime. A volte può risultare noioso e ripetitivo, ma sono noia e ripetizione necessarie allo svolgersi del racconto stesso. In alcuni frangenti mi ha ricordato un po' Dan Brown, ma qui, come detto, c'è molta meno azione, il che non vuol dire che sia peggio.

    Il lettore è chiamato ad un impegno mentale non indifferente per seguire il racconto, e di certo questo è un ottimo esercizio per mantenere attiva la mente, scongiurando così la possibilità di divenire come una delle vittime descritte nel romanzo. A ben pensarci, la lettura è uno dei migliori antidoti contro il "morbo" della perdita della memoria.

1 settembre 2019

L'Occasionale Lealtà Del Traditore - William Irtish (romanzo, 2019)

In un mondo di spie e di traditori, la lealtà è una merce rara

    Dicembre 1944, campo di concentramento di Goleszów. Un prigioniero viene picchiato a sangue da una guardia delle SS. Successivamente viene salvato da un altro prigioniero del campo, attraverso uno stratagemma ben architettato. Maggio 1980, Berlino Ovest. Quella che si sta giocando è una partita a scacchi tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e più nello specifico, tra CIA e KGB. La partita è giocata sul filo di un affilatissimo rasoio, che come la lama di un coltello colpisce le pedine una dopo l'altra. Le pedine, ovvero gli agenti segreti e i loro assistenti, si muovono con agilità e discrezione sopra la scacchiera, passando di frequente da una fazione all'altra.

    Le pagine di questo palpitante romanzo, abilmente raccontato, sono intrise da una tensione costante, che rende il ritmo frenetico e che invoglia il lettore a divorarne un capitolo dopo l'altro per scoprire cosa accade poi. L'intreccio narrativo è tessuto dai diversi personaggi che agiscono in differenti luoghi tra l'Europa e la Russia, a volte nello stesso momento, scaturendo salti spaziali da una città all'altra e da un personaggio all'altro. I capitoli sono brevi e scritti in modo da lasciare sempre qualcosa in sospeso, per invogliare a proseguire immediatamente la lettura.

    In un mondo fatto di corruzione, sotterfugi, complotti e spie doppiogiochiste, come era quello degli anni della guerra fredda, la lealtà è una merce rara. Soprattutto quando appartiene ad un traditore. Ma chi è traditore e chi tradito? Chi è spia e chi spiato? Chi corruttore e chi corrotto? Nessuno è al di sopra del sospetto e ognuno ha un segreto da nascondere. A volte le due controparti si invertono, o convivono nello stesso personaggio. Di chi ci si può davvero fidare, a parte di se stessi e della propria fedele arma?

    La posta in gioco è alta, altissima. Il rischio di un incidente diplomatico tra le due più grandi potenze economiche e militari del mondo è appeso a un fragile filo, un filo che può spezzarsi da un momento all'altro. L'incubo di una guerra batteriologica è dietro l'angolo. Il complotto per portare al potere figure "pilotate", in grado di favorire gli interessi delle due agenzie di spionaggio più potenti al mondo, appare quanto mai realistico. Ma cosa c'entrano in tutto questo due prigionieri di un campo di concentramento nazista nell'inverno del '44? Per scoprirlo non dovete far altro che scorrere le pagine di questo eccitante libro. Buona lettura.

3 luglio 2019

Route - Itinerario Del Viaggio



James parte il 3 luglio 2010 da Rockledge, Florida, arrivando il 6 luglio a Gallup, Nuovo Messico, tramite la I-40W (Route 66), percorrendo circa 2000 miglia (3200 km) in 28 ore, con una media di 7 ore di viaggio al giorno, passando per Dallas e Amarillo, Texas, e Albuquerque, Nuovo Messico, con le seguenti tappe:

- sabato 3 luglio - da Rockledge (Florida) a Mobile (Alabama)

- domenica 4
luglio - da Mobile (Alabama) a Longview (Texas)

- lunedì 5
luglio - da Longview (Texas) a Amarillo (Texas)

- martedì 6
luglio - da Amarillo (Texas) a Gallup (Nuovo Messico)

- mercoledì 7
luglio - da Gallup (Nuovo Messico) a Santa Monica (California)


Il 7 luglio parte da Gallup, Nuovo Messico, arrivando la sera dello stesso giorno a Santa Monica, California, percorrendo circa 666 miglia (1000 km) in 10 ore, sulla I-40 W (Route 66) attraversando l'Arizona, con le seguenti tappe:

- da Gallup (Nuovo Messico) a Winslow (Arizona) - 130 miglia, 2 ore

- da Winslow (Arizona) a Flagstaff (Arizona) - 58 miglia, 1 ora

- da Flagstaff (Arizona) a Williams (Arizona) - 33 miglia, 40 minuti

- da Williams (Arizona) a Kingman (Arizona) - 115 miglia, 2 ore

- da Kingman (Arizona) al deserto del Mojave (California) - 100 miglia, 1 ora e 30 minuti

- dal deserto del Mojave (California) a Barstow (California) - 110 miglia, 1 ora e 40 minuti

- da Barstow, California a Santa Monica, Los Angeles (California) - 130 miglia, 2 ore e 20 minuti

2 luglio 2019

Route - La Genesi


    Ho iniziato a scrivere quasi per gioco. Era il mese di luglio del 2014. Il 19 luglio di quell'anno, un sabato pomeriggio, ero a Roma con un amico. Eravamo seduti al tavolo di un bar a bere un caffè e mentre si parlava di libri mi venne in mente la possibilità di poterne scrivere uno. Pensavo che non sarebbe stato poi così difficile. Facemmo una specie di scommessa, o meglio, feci una scommessa con me stesso. Sul treno di ritorno per Firenze non pensai ad altro che alla storia da scrivere. Mi venne in mente il viaggio in moto attraverso gli Stati Uniti di un uomo di mezza età; un viaggio simbolico, una metafora del cammino di vita, una rinascita spirituale. Tra l'altro quel viaggio in treno fu segnato da un tragico evento: quando arrivammo alla stazione di Firenze Campo di Marte, un uomo si gettò sui binari e finì sotto la locomotiva, restando ucciso. Erano all'incirca le 19.15. Il treno si fermò lì e non ripartì più per Santa Maria Novella, la stazione principale. Qualche giorno dopo iniziai a scrivere la storia, l'incipit, il sogno nella profondità del mare. Poco tempo dopo abbandonai quello che dopo più di tre anni avrei deciso di finire e di far diventare un romanzo breve, scritto in maniera semplice e diretta, ma carico di simbologia e metafore di vita. Sono stato ispirato principalmente da "Il Vecchio e Il Mare" di Hemingway, romanzo breve che con una storia relativamente semplice racconta la tenacia e allo stesso tempo l'impotenza dell'uomo di fronte alla natura e all'inevitabile fine a cui tutti siamo destinati. Mi sono ispirato inoltre ad un altro romanzo, questo più lungo, che narra proprio il viaggio in moto di un uomo attraverso gli States insieme a suo figlio. Il romanzo è "Lo Zen e L'Arte Della Manutenzione Della Motocicletta", di Robert Pirsig, una storia autobiografica che descrive in maniera accurata ed entusiasmante il viaggio sulle due ruote, insieme alle riflessioni più intime e nascoste di un uomo che in passato ha sofferto di malattia mentale. Per il resto, il romanzo è una sorta di autobiografia mescolata a fantasia. Il viaggio negli USA l'ho fatto davvero, sulla Route 66 ci sono stato, ma ero in auto e non in moto. In California e in Arizona ci sono stato, nel Nuovo Messico no. Sulla spiaggia di Santa Monica ci sono stato esattamente lo stesso giorno in cui si svolge il romanzo, ovvero il 7 luglio del 2010 (l'anno non viene mai citato nel romanzo, ma lo si può dedurre con dei semplici calcoli). Quando il protagonista arriva al molo di Santa Monica, ha percorso esattamente 2492 miglia; l'America fu scoperta da Colombo nel 1492. Il racconto parla anche di sogni, e in effetti andare in America è stata per me la realizzazione di un sogno che avevo da bambino. Le sensazioni descritte durante il viaggio sono prese direttamente dalla mia esperienza personale durante i lunghi spostamenti in auto tra California, Nevada e Arizona, nonché dai miei numerosi viaggi sulle due ruote fatti in Italia e all'estero. Molte delle riflessioni e delle frasi presenti sono anch'esse cose che avevo scritto tempo prima in una specie di diario digitale e che ho inserito all'interno della storia, collocandole nei punti che mi sembravano più adatti. Poi ovviamente ci sono altre parti autobiografiche, pezzi della mia vita mischiati con la fantasia del racconto: la morte di mio padre e tutto ciò che ha comportato, gli insegnamenti da lui lasciatimi come inestimabile eredità. Credo sia molto più semplice scrivere una storia e inventare dei personaggi attingendo anche dalla propria vita, dalle persone che si conoscono nella realtà. Poi magari camuffarle, caricarle, renderle quasi irriconoscibili nel racconto. Modificare i propri accadimenti passati in qualcosa di diverso, di più bello, o magari, perchè no, di più brutto. È il bello dello scrivere, è libertà assoluta, svincolata da ogni restrizione che può esistere nella realtà.

    Credo che in questo libro abbia voluto riversare alcuni degli avvenimenti salienti della mia vita, condensandoli in un racconto di circa centoquaranta pagine, con cui ho voluto rappresentare il cammino della vita di un uomo. In questo senso, i ricordi del protagonista sono la chiave di lettura per identificare questo cammino, poiché vogliono raffigurare alcune fasi della vita: infanzia, adolescenza e prima età adulta. Ho voluto rappresentare la nascita attraverso il sogno iniziale nella profondità del mare, per darle un'impronta di avvenimento drammatico in quanto primo approccio con il mondo esterno, fine della vita pacifica all'interno dell'utero materno. La vecchiaia è banalmente il tramonto, la fine del giorno, mentre la morte è raffigurata dalla notte profonda e dal freddo, oscuro e sconfinato oceano. L'oceano raffigura in generale l'ignoto, la parte sconosciuta dell'universo, della vita, di noi stessi. La storia è inoltre ispirata ad alcune canzoni che amo: "Riders On The Storm" e "L.A. Woman" dei Doors, "Born To Be Wild" degli Steppenwolf (colonna sonora del film "Easy Rider", il film per eccellenza sui motociclisti e sul viaggio in motocicletta), "Take It Easy" e "Hotel California" degli Eagles e "On The Road Again" dei Canned Heat. La parte finale, ovvero l'incontro di James con Sandra, la ragazza conosciuta al luna park, è ispirata a "Tunnel Of Love" dei Dire Straits, canzone che amo in modo particolare e che mi riporta sempre il ricordo di mio padre; fu infatti grazie a lui che l'ascoltai la prima volta. Persino Rockledge, la cittadina della Florida dove James vive con sua figlia, è stata una scelta dettata dal suo nome, che contiene la parola "rock". L'ho scelta perché mi piaceva come suonava. Il nome del protagonista stesso è un riferimento a Jim Morrison, il cui nome per intero era James, nato anche lui in una cittadina della Florida; il cognome Rising è un riferimento al testo "Mr Mojo Risin" presente nella canzone "L.A. Woman" ed anagramma di Jim Morrison, oltre che al significato stesso del termine inglese, che vuol dire "nascente, che sorge". Il personaggio dell'autostoppista è anch'esso un riferimento alla figura del cantante dei Doors, o meglio, ad una sua interpretazione nel cortometraggio "HWY: An American Pastoral". Il corto fu girato proprio tra il deserto del Mojave in California e Los Angeles, e il protagonista, interpretato dallo stesso Morrison, è un autostoppista misterioso ed assassino, lo stesso presente anche nel testo della canzone "Riders On The Storm". Nel romanzo il personaggio dell'autostoppista potrebbe essere visto come una proiezione della mente di James, una specie di suo alter ego. In effetti, a parte lui, nessun altro vi interagisce. La cameriera del diner sembra non accorgersi di lui e inoltre nel finale James non ritrova più l'acchiappasogni regalatogli da quest'ultimo, e che credeva di avere al collo, come fosse stato solo frutto della sua immaginazione. L'eventuale interpretazione è lasciata al lettore. Nella canzone "L.A. Woman" è ovviamente citata la città di Los Angeles, che nel testo della canzone viene chiamata "città della notte". In effetti James e Sandra si aggirano nel cuore di Los Angeles di notte. La frase "Il pesante rombo metallico proveniente dagli scarichi" è un chiaro riferimento al testo "heavy metal thunder" presente nella canzone "Born To Be Wild", mentre in "Take It Easy" viene citata la cittadina di Winslow, in Arizona, dove James si ferma a fare colazione e dove incontra l'autostoppista. Le canzoni "Hotel California" e "On The Road Again" trattano entrambe del viaggio on the road, oltre ad altre tematiche. Infine, il testo di "Tunnel Of Love" narra la storia di un uomo e di una donna che si incontrano una sera in un luna park, innamorandosi in breve tempo. A fine serata, però, si separano per non rincontrarsi mai più, probabilmente per la paura di soffrire ancora per amore. In Route viene invece lasciata una speranza in tal senso: un bigliettino con il numero di telefono che Sandra da a James prima di andare via fa presupporre che i due si rincontreranno di nuovo, di lì a breve.

    All'interno del racconto, oltre che alla musica, si fa riferimento al cinema. Si parla infatti del cinema e del suo legame con l'immaginazione e con il mondo dei sogni. Di solito accade che dai romanzi vengano tratti i film, io ho voluto fare qualcosa di opposto, ovvero narrare e scrivere una storia come se si trattasse di un film, con un taglio, per così dire, cinematografico. A tal scopo, sono stato molto generoso nei dettagli, nella descrizione delle scene e nelle "inquadrature" dei personaggi. Anche il "montaggio" è stato attento e scrupoloso: ho usato i flashback per effettuare salti temporali dal presente al passato del protagonista, utilizzando degli agganci narrativi ogni qualvolta avvengono questi salti. L'intento era quello di ricreare nel lettore la stessa sensazione che si ha quando si è seduti sulla poltrona di un cinema a guardare un film, e ci si immerge dentro la storia raccontata. A tal proposito, mi piace molto la frase che a un certo punto James dice a Sandra: "Sai, a volte mi piace immaginare la vita come se fosse un film, il mondo un immenso set e le persone come attori senza copione, lasciati all'improvvisazione". Potrei dire che, siccome non ho potuto girare un film, mi sono accontentato di scrivere un libro. Ho voluto dare un nome di persona femminile alla motocicletta di James, per renderla coprotagonista della storia, come fosse un essere vivente, non un semplice mezzo di trasporto. Bonnie mi è sembrato subito un nome azzeccato. Come forse qualche lettore avrà intuito, si tratta di una Triumph Bonneville. In particolare, quella presente nel romanzo è una T120 del 1969, con motore da 650 centimetri cubici, 50 cavalli, due cilindri e due carburatori. È una moto che non ho mai guidato, ma che mi piacerebbe provare prima o poi. Avrei voluto provarla durante la scrittura del romanzo così da poterne descrivere in maniera più realistica le caratteristiche, ma purtroppo non ci sono riuscito. Nel romanzo è presente anche il concetto di caos, cioè di casualità degli eventi e di imprevedibilità degli stessi. James è "preda" di una serie di eventi lungo il suo viaggio, come accade alle persone durante la propria vita. Incontra Sandra al luna park per un evento casuale, ovvero la smarrimento della chiave della sua auto. Le vie delle singole persone si incrociano le une con le altre durante la loro esistenza a causa, o per merito, del caso. La parola "caos" è usata più di una volta nel racconto per descrivere il disordine, ma anche per sottolineare, per l'appunto, la casualità degli eventi raccontati. Un altro importante concetto che si trova continuamente nel racconto è quello del "momento presente", appartenente alla filosofia Zen, conosciuto anche come "eterno presente", ossia il vivere immersi sempre nel qui e nell'ora, non nel futuro, né nel passato. Del futuro non ci si dovrebbe affatto preoccupare dato che è qualcosa di astratto, qualcosa che ancora non esiste e che probabilmente mai si avvererà nel modo in cui lo immaginiamo. D'altro canto, i ricordi del passato dovrebbero essere solo un caldo ed accogliente luogo in cui è possibile rifugiarsi di tanto in tanto, niente di più. Inoltre nel racconto viene messo in evidenza come in assenza della tecnologia in nostro aiuto (il telefono cellulare nel caso specifico), dobbiamo fare affidamento solo su noi stessi e sulle nostre capacità oppure sull'aiuto di altre persone per uscire dalle situazioni difficili. Come quando James resta da solo all'interno del pick-up in mezzo al deserto, oppure quando Sandra perde la chiave della sua auto di notte al luna park ed è costretta a chiedere aiuto a James.

    L'intreccio narrativo è costruito attraverso ricordi e flashback che si raccordano con la storia principale. Il tutto è raccontato sempre al presente, come se accadesse nel momento in cui il lettore sta leggendo, per sottolineare di nuovo l'importanza del "momento presente". Il lettore è coinvolto e trascinato nella storia per mezzo della descrizione delle sensazioni provate dal protagonista tramite l'uso di tutti e cinque i sensi. Non è un semplice spettatore, ma si trova dentro la scena, ne è anche lui il protagonista, o almeno questo era l'intento. La storia è raccontata sempre in prima persona, non in terza persona e al passato come accade in molti romanzi. Nel romanzo ci sono tre ricordi e tre flashback. I ricordi arrivano sempre dopo un rilassamento, quando James è sveglio, mentre i flashback arrivano dopo che James cade nel sonno. In ogni caso, sia i ricordi che i flashback avvengono sempre quando James chiude gli occhi; quando successivamente li riapre, si ritrova di nuovo proiettato nel presente. Alla fine di ogni ricordo c’è un aggancio narrativo che riconduce alla storia principale. Nel finale della storia James torna in acqua come all'inizio, nel sogno, e il cerchio della vita si chiude, per poi ricominciare a girare il giorno dopo. Ogni nuovo giorno è un nuovo inizio. La vita è un ciclo che si ripete e noi facciamo parte di quel ciclo, ne siamo i protagonisti, come gli attori principali di un film. Una delle frasi finali, "Non ho più paura dell'oceano", può essere interpretata come la frase di un moribondo sul punto di morte: l'oceano rappresenta l'ignoto, la morte, e l'uomo sul punto di morire, esseondovi così vicino, non la teme ormai più. Definirei il romanzo "ciclico", nel senso che una volta finito di leggerlo, lo si potrebbe ricominciare a leggere dall'inizio, proprio perché la fine coincide con l'inizio e viceversa. La frase "Buio e silenzio intorno a me", infatti, apre il romanzo con il sogno nella profondità del mare e lo chiude con il bagno notturno del protagonista, nello stesso mare e sulla stessa spiaggia.

    L'imminente nascita della mia primogenita mi ha in qualche modo spinto a finire di scrivere il libro. Credo di aver deciso che James avesse una figlia quando ho saputo che sarei diventato padre di una femminuccia. Ho dato al personaggio il nome Lisa. Volevo dare questo nome a mia figlia, ma la mia compagna non era d'accordo, così, se non altro, l'ho usato nel mio romanzo. Volevo a tutti i costi completare il libro prima della sua nascita e sicuramente questo evento, cioè il diventare padre e tutto ciò che comporta, ha influito nella scrittura del romanzo, nei suoi personaggi. Dovevo finire di scriverlo, era rimasto fermo per troppo tempo. Mi è costato molto sforzo farlo, ma alla fine ci sono riuscito e ne sono soddisfatto. Perché è per questo che l'ho fatto, solo per soddisfazione personale, per poter dire di aver vinto una sfida con me stesso. Poi la decisione, ragionatissima e colma di ripensamenti, di pubblicarlo è stata solo una cosa secondaria, venuta dopo. Certo è bello poter creare qualcosa di così personale, ma credo sia anche bello poterlo mostrare al mondo, condividerlo con gli altri. Di sicuro è una scelta personale, ognuno decide come meglio crede. Io ho deciso di pubblicarlo su un sito web di self publishing con uno pseudonimo, in modo da preservare comunque una certa privacy. Devo dire che anche questa è stata un'esperienza che mi è piaciuta molto e che ha allargato ancora di più le mie conoscenze. Con l'occasione ho potuto fare anche il deposito legale alla biblioteca comunale di Firenze, il che mi ha permesso, soprattutto, di visitarla, visto che in tutti questi anni non c'ero ancora mai stato. In un certo senso è stato come scrivere un testamento, qualcosa che contenesse parte della mia vita e dei miei pensieri, e che durasse e perdurasse nel tempo. Una traccia del mio passaggio. Ho scoperto che la scrittura di un romanzo, seppur breve, è davvero un lavoro estenuante, al contrario di come immaginavo. Richiede un grosso sforzo, non solo di immaginazione, ma anche di lavoro meccanico per correggere le bozze, cose che ovviamente non si notano quando si legge un libro. Mi sono reso conto che il lavoro che c'è dietro è enorme. Per prima cosa c'è la creazione dei personaggi: bisogna ideare il loro carattere e il loro aspetto fisico, renderli reali, non farli sembrare solo delle marionette mosse dalla mano dello scrittore. E già solo questo non è affatto semplice. Ho studiato gli itinerari e i tempi di percorrenza degli spostamenti fatti dal protagonista, ho ricercato gli orari di alba, massima altezza del sole e tramonto nell'esatto giorno e nelle precise zone in cui si svolge il racconto. Ho trascorso ore a cercare informazioni sulla motocicletta e sulle sue caratteristiche, quali il motore, la meccanica, eccetera, oltre che documentarmi su tutti i dettagli presenti nel romanzo, per renderlo più realistico possibile, attraverso la ricerca di informazioni, foto e video sul web. Certo che questo strumento, il web, rappresenta un grande aiuto per chi vuole scrivere un romanzo. E pensare che i grandi scrittori del passato dovevano tirare fuori tutto, o quasi, dalla propria fantasia ed esperienza diretta, e da ciò che riuscivano ad ottenere, con una certa fatica, dai mezzi d'informazione della loro epoca. Per la descrizione delle freeway, dei panorami e dei palazzi di Los Angeles, oltre che su foto e video trovati in rete, mi sono basato su un videogioco molto noto che riproduce in maniera fedele la città (che nel gioco ha un nome fittizio), incluso il molo di Santa Monica con le sue attrazioni, e che permette di percorrerne le strade con qualsiasi mezzo, incluse le motociclette. Ovviamente anche per la descrizione di interni ed esterni dei luoghi presenti nel racconto mi sono basato su foto trovate in rete, oltre che sulla mia immaginazione ed esperienza diretta. È pur vero che ho fatto tutto questo lavoro da solo, dalla scrittura all'impaginazione, alla rilettura, alla correzione e alla copertina. Ed è altrettanto vero che, non avendo mai avuto esperienza nel settore, non avevo idea di come si scrivesse un libro, e probabilmente non ce l'ho tuttora. Sono certo che uno scrittore affermato faccia molta meno fatica a scrivere pagine e pagine di ottima qualità in una sola giornata, a fronte di una o due paginette scritte da me nello stesso tempo, ma con uno sforzo che non avrei mai creduto. Se sei fortunato e quel giorno sei ispirato allora ti va abbastanza bene, ma se ti metti lì con l'idea di scrivere qualcosa e lì per lì non ti viene in mente nulla, allora è davvero dura. Una gran bella lezione che ho imparato e vissuto sulla mia pelle. È però un'avventura davvero entusiasmante. Durante la scrittura mi immergevo nella storia, allo stesso modo di quando leggo un libro che mi piace. Quando riemergevo da quel mondo fantastico, la realtà mi sembrava così spenta, quasi inutile. A volte mi svegliavo di mattina presto con idee e frasi nella testa che mi precipitavo ad annotare, per poi inserirle nel romanzo o scartarle del tutto. Un pensiero di Robert Louis Stevenson, autore de "L'Isola Del Tesoro", descrive molto bene la fatica che c'è dietro la scrittura di un romanzo, breve o lungo, bello o brutto che sia: "Chiunque abbia diligenza, carta e tempo sufficienti è in grado di scrivere un racconto breve, un racconto scadente voglio dire; ma non tutti possono aspirare a scrivere un romanzo, sia pure scadente. È la lunghezza che ammazza. Il romanziere affermato può permettersi di prendere e lasciare il suo romanzo, di dedicargli intere giornate invano, di limitarsi a scrivere roba che poi si precipiterà a coprire d'inchiostro. Non così il principiante. Un lieve afflato deve guidare il principiante, una vena fortunata deve scorrere, ed egli dovrà trovarsi in uno di quei momenti in cui le parole vengono da sé e le frasi trovano spontaneamente un equilibrio, e questo solo per incominciare. Ma una volta incominciato, quant'è spaventoso guardare davanti a sé fin quando il libro non è concluso! Per tutto quel tempo l'afflato deve rimanere costante, la vena continuare a scorrere, per tutto quel tempo bisogna mantenere una eguale padronanza del livello stilistico; per tutto quel tempo le marionette devono essere vitali sempre, coerenti sempre, vigorose sempre."

    La copertina è una foto scattata sulla vera Route 66 durante il mio viaggio negli USA, nel luglio del 2010. L'ho resa in bianco e nero eccetto per la linea tratteggiata al centro che divide le due carreggiate, lasciata nel colore originale. Ho tolto del tutto il cielo azzurro lasciando al suo posto uno sfondo bianco su cui inserire il titolo. Il titolo è volutamente scritto tutto in minuscolo, con un carattere monospaziato simile a quello di una macchina da scrivere. Ho voluto scegliere un titolo semplice, il più semplice possibile. Mi piaceva l'idea che la parola "route", oltre ad indicare il termine "cammino, strada", fosse l'anagramma di "ruote" e fosse quindi un autoriferimento al romanzo stesso, alle ruote della motocicletta, alla ruota panoramica del luna park, e in generale al simbolo del cerchio, il ciclo della vita. Infine ho inserito l'immagine di una vera ruota anteriore di una motocicletta al posto della lettera 'O'. Quando finalmente nel mese di luglio del 2018, cioè esattamente quattro anni dopo aver iniziato a scrivere, ho completato il mio romanzo, ho potuto tirare un grande sospiro di sollievo, come alla fine di un'enorme fatica fisica. Ho pensato tra me e me: ce l'ho fatta!

1 luglio 2019

Route - Trama E Significato


    
Partiamo dal significato del titolo, che poi è il tema centrale di tutto il romanzo: "route" vuol dire percorso, cammino, itinerario, oppure, semplicemente, strada. Se si inverte la seconda lettera con la terza, la parola che viene fuori è "ruote". In effetti di ruote ce ne sono diverse nel racconto; per cominciare ci sono quelle della motocicletta, compagna di avventure e di sventure del protagonista. Come detto, quella del cerchio è una figura ricorrente nel romanzo. La ruota panoramica del luna park gira senza sosta, dai ricordi di bambino del protagonista, fino al suo arrivo al molo di Santa Monica, come a dire che la ruota della vita continua a girare incessantemente. Il cerchio dell'acchiappasogni, regalo dell'autostoppista, rappresenta esso stesso il ciclo della vita.

    James Rising è il protagonista della storia ed è colui che la racconta in prima persona e "in diretta", sempre al tempo presente. Il cognome "Rising" è un riferimento al significato stesso del termine inglese, che vuol dire "nascente, che sorge". Infatti, per lui, questo viaggio costituisce una sorta di rinascita. Route racconta un'intera giornata di viaggio del protagonista a bordo della sua motocicletta, dal motel di Gallup, nel Nuovo Messico, al molo di Santa Monica, in California. L'uomo è partito quattro giorni prima dalla Florida, da una cittadina di nome Rockledge, poco distante dall'oceano Atlantico. Qui vive insieme alla sua figlia quattordicenne Lisa, nella casa che suo padre costruì e dove ha trascorso l'infanzia con i suoi genitori. All'incirca a metà del cammino della sua vita, James decide di intraprendere un lungo viaggio verso la California a bordo della vecchia motocicletta appartenuta a suo padre, rimasta parcheggiata per anni nel garage. Egli l'ha guidata solo poche volte per brevi giri nel quartiere, quand'era ragazzo. Poco prima della partenza, l'uomo decide di dare un nome alla motocicletta, battezzandola affettuosamente "Bonnie". Bonnie è la coprotagonista del racconto, la fedele compagna di viaggio di James. È più che un semplice mezzo di trasporto, ha un'anima. James è separato dalla moglie da diversi anni, è figlio unico e i suoi genitori sono morti in un incidente stradale sull'Interstate 75, in direzione di Atlanta, quando lui aveva ventisette anni. In una notte d'inizio estate egli fa un sogno, il sogno iniziale nella profondità del mare. Quando si sveglia, realizza che la spiaggia dove si mette in salvo è quella di Santa Monica, in California.

    Il motivo che lo spinge ad intraprendere il suo viaggio è legato al semplice fatto che ha un ricordo felice di quella serata trascorsa sul molo di Santa Monica con i suoi genitori, ricordo di cui aveva ormai perso memoria, ma che quel sogno agitato gli riporta alla mente. Quella stessa notte decide di rimettere in sesto, con l'aiuto del suo amico Mark, la vecchia motocicletta di suo padre. Riportare in vita un oggetto a cui esso teneva così tanto, equivale, in un certo senso, a riportare in vita il padre stesso: "Le persone care che non sono più con noi continuano a vivere nei nostri ricordi, ma anche negli oggetti che hanno amato in vita". D’altronde ognuno di noi porta con sé un po’ di ciò che sono o che sono stati i propri genitori, e di coloro che gli hanno preceduti. James rivede il carattere di sua madre, e di conseguenza sua madre stessa, in sua figlia Lisa, la quale lo aiuta a pianificare a grandi linee il viaggio, mettendolo in guardia sui possibili pericoli che potrebbe incontrare lungo il tragitto, proprio come avrebbe fatto sua madre. Alla fine del viaggio, sul molo, l'uomo incontra una donna più giovane di lui. I due si conoscono e si innamorano in breve tempo, trascorrendo una delle più belle serate della loro vita. Quando è notte fonda, si separano, ma con l'intento di rivedersi di lì a breve.

    La storia è continua, senza interruzioni, senza capitoli. Si dipana come una strada, come un film da guardare tutto d'un fiato. Le ruote di Bonnie girano ripetutamente sull'asfalto, così come la rotazione dell'albero motore produce il suo movimento. La ruota panoramica del luna park continua a girare ininterrottamente. Tutto è un cerchio, un ciclo. La terra ruota intorno a sé stessa in ventiquattro ore causando l'alternanza tra giorno e notte. Ruota inoltre intorno al sole nell'arco di un anno, causando altresì il susseguirsi delle stagioni. Il romanzo ha l'intento di tracciare il cammino della vita di un uomo, attraversandone le fasi essenziali:

    Nascita - Viene descritta dal sogno iniziale, nella profondità del mare. Il protagonista si trova immerso nell'acqua, al buio, come il feto è immerso nel liquido amniotico all'interno dell'utero. Il sogno descrive dunque il parto. L'uscita dall'acqua rappresenta l'uscita dall'utero materno; è un'esperienza traumatica ma allo stesso tempo rivelatrice di un mondo nuovo, tutto da scoprire. La prima parte del viaggio simboleggia anch'essa la nascita: le prime luci del mattino, l'aurora, e poi l'alba e il sorgere del sole. La nascita di un nuovo giorno.

    Infanzia - È raffigurata dalla prima parte del mattino. La mente sgombra dai pensieri, il corpo riposato e in piena forza, la freschezza del mattino. Tutto appare nuovo, come se lo si stesse guardando e vivendo per la prima volta. James ricorda la magnifica serata trascorsa sul molo di Santa Monica con i suoi genitori, quand'era bambino.

    Adolescenza - È la seconda parte del mattino. Si possono qui cogliere alcuni elementi tipici di questa fase, come l'incoscienza e lo scarso senso del pericolo di James quando vuole provare il brivido della velocità, infischiandosene dei limiti imposti dai cartelli stradali. E poi ci sono le prime esperienze sentimentali e sensazioni sessuali descritte nel ricordo dell'estate del 1983, poco prima della partenza per Palm Beach con i suoi amici.

    Età adulta - Va dal primo pomeriggio alla sera, prima del tramonto. Il ricordo del tragico incidente occorso ai genitori, quando James si trova nel deserto, sta ad indicare la scoperta della morte e il trauma che questa può causare nei giovani adulti. Ma è grazie a questo drammatico ricordo che l'uomo riesce a riprendersi dallo stato di crisi fisica e mentale nel quale era caduto e a raggiungere la vetta della collina, dalla quale riesce ad avvistare la via della "salvezza".

    Vecchiaia - È rappresentata dal tramonto del sole, intorno alle otto di sera. La stanchezza di un'intera giornata di viaggio, come il lungo viaggio della vita che sta per giungere al termine. Ma anche quando sembra che la vita non possa più riservare sorprese, accade l'impensabile, l'incontro con la ragazza sul molo, determinato solo dalla casualità degli eventi. Le vite delle persone sono dei percorsi scelti dalle persone stesse, ma in definitiva guidati dal caos, lo stesso caos che a un certo punto fa in modo che questi percorsi si incrocino e che due sconosciuti si incontrino una notte, su un molo sopra all'oceano.

    Morte - È la notte più buia e più fonda. Nel finale del romanzo, James torna in acqua come all'inizio, nello stesso luogo descritto nel sogno. L'oceano sconfinato e misterioso simboleggia l'ignoto, il "prima" e il "dopo". L'uomo inizia il suo viaggio dalla costa dell'oceano Atlantico, per giungere infine sulla costa dell'oceano Pacifico, e quindi da un oceano all'altro. In mezzo all'ignoto c’è soltanto il cammino della vita da percorrere e da godersi istante per istante, perché è la sola cosa che si ha. Non avere fretta di raggiungere la propria meta, ma godersi il viaggio, perché è il viaggio che conta e non la meta. Vivere sempre nel qui e nell'ora.

    Il cerchio, dunque, infine si chiude. La vita è come una strada che descrive un cerchio: partenza e arrivo coincidono in un ciclo che si ripete idealmente all'infinito, dalla nascita alla morte. Non a caso il romanzo inizia e termina con la medesima frase: "Buio e silenzio intorno a me".